La rivista

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“Il Paradosso”, la rivista-laboratorio per lo sviluppo del Sud*
La rivista promuove la cultura dello sviluppo con riferimento al Cilento ma secondo metodi e obiettivi che sono “esportabili” in altri contesti, soprattutto meridionali.
Il dibattito concreto, colto e maturo sui temi nodali della convivenza può essere uno stimolo per la ripresa di una coscienza civica e di una partecipazione attiva, quindi di una rinnovata sensibilità politica.
Pubblichiamo di seguito l’articolo introduttivo del direttore editoriale della rivista, Carmelo Conte.

Il Paradosso nasce con un obiettivo che è insieme culturale e politico: concorrere a fare del Parco del Cilento e del Vallo di Diano una città territorio, realtà intermedia tra i comuni e la Regione che, dopo l’abolizione delle Province, appare oltremodo necessaria.
Il problema è come superare vecchie e fossilizzate divisioni e costruire un’identità nuova legata all’esperienza e alla creatività dell’oggi. Un tempo che impone vestiti diversi in sintonia con la modernizzazione e la globalizzazione. Il Parco è uno dei nove ambiti in cui è stata divisa la Regione con il piano territoriale e gode di un privilegio rispetto agli altri otto: ha una legge istitutiva che ne regola il funzionamento che va modificata per rafforzarne gli aspetti produttivi e mitigarne quelli inutilmente vincolistici; e ne vanno altresì ampliate le funzioni con deleghe regionali, come avverrà, fatte le dovute differenze, per l’area metropolitana di Napoli. Bisogna perciò ripensarlo come un ente preposto anche alla gestione dei servizi comuni per fare sistema. Fino ad oggi ha svolto una funzione difensiva per il riconoscimento e la tutela dei diritti della natura, della storia e dei luoghi, ma ora giace inanimato, distaccato dal vissuto, bisogna farlo rivivere. Parte da qui la sfida, il paradosso della vita nel luogo del paradosso della filosofia. Lo spazio, scriveva Foucault nel 1967 – è nel medioevo un insieme gerarchizzato di luoghi. Con Galileo il luogo si dissolve nello spazio infinito.
Oggi la dislocazione si sostituisce all’estensione. Sembra un inno al trionfo del tempo sullo spazio, un invito a pensare un nuovo ordine che non sia città e campagna ma storia e cultura, ambiente e produzione, in cui il filo conduttore (l’architettura) non è rappresentato dalle opere, o almeno non solo da esse, bensì da ciò che vive da sempre, ciò che è scolpito nel paesaggio. E la ricerca di un nuovo ambiente dell’uomo, fondata sulla messa in discussione della forma urbis ricorrente nella storia per esplorare altre possibilità. Oggi le città sono attraversate e assediate da cambiamenti accelerati e da una sempre più diffusa periferia, sono quasi indifferenti al loro disegno originario. Tanto che la cultura urbanistica è tentata di dare significato alle ragioni dell’attualità più che a quelle della storia e del futuro. L’idea di città che anima la nostra riflessione si propone, invece, di dare valore alla storia e ai luoghi senza distinzione di centro e periferia, individuandone e valorizzandone le spinte innovative, per dare un senso nuovo al governo dell’abitare, del vivere e del produrre comunitario. Laddove il locale diventi globale, l’individuale sociale e lo sviluppo molecolare una rete. Della città del Parco non bisogna perciò cercare né una forma globale, né la forma delle sue parti ma quella della relazione tra loro e con lo sviluppo. Una città, quindi, di rapporti integrati e di servizi che sia in grado di dare una risposta a domande significative: perché i cittadini del Parco eccellono nelle scienze, nell’insegnamento, nelle magistrature e nella pubblica amministrazione, ma non nell’impresa e in politica ? Perché il Cilento e il Diano, pur avendo in Consiglio regionale cinque propri rappresentanti (la metà dell’intera provincia) non esprimono una politica ? Perché i 95 comuni interessati “sono soli” e “non agiscono” per affinità, rivendicano e non fanno società ? Ebbene, facendosi città nel senso lato che qui si propone, possono agire insieme e sfruttare al meglio la possibilità offerta dall’epoca moderna di comunicare globalmente che porta al formarsi di “gruppi sociali di affinità” : per dare una prospettiva nuova alla democrazia municipale ché guardi lontano e si realizzi a livelli alti. L’obiettivo è mettere la diversità in rete in alternativa alla globalizzazione sia nel sapere che per vivere e produrre, assumendo la consapevolezza che il locale e i paesi non sono una dimensione ma un punto di vista, una qualità dello spazio: i monti, il mare e il carattere di chi vi abita sono qui, ma hanno valori portanti generali inesplorati. Il paradosso possibile della logica è praticabile anche nel concreto di questa proposta, di cui ricorrono le condizioni culturali, sociali ed economiche. Basta volerlo e perseguirlo con tenacia. La città/territorio è una variante postmoderna della città diffusa, un nuovo modello di organizzazione basato sulla rete e la cooperazione dei comuni, il municipalismo federale: non un nuovo campanile ma un insieme di campanili con spartito unico.

Da IConfronti del 05/07/2013

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